Le 3 e mezza di un pomeriggio con 32 gradi all’ombra. L’autobus pieno. Solo posti in piedi, corpi stretti insieme in quella familiare coreografia singaporiana dell’evitamento: occhi sui telefoni, auricolari nelle orecchie, volti attentamente composti in espressioni nel cercare di non-essere-qui. Ogni posto occupato. Tutti tranne uno: quello accanto a me.
La gente passa oltre. Una giovane donna ha guardato il posto, poi me, poi ha scelto di restare in piedi. Un uomo in camicia stirata si aggrappa al corrimano piuttosto che sedersi. Uno signore anziano, con le gambe visibilmente stanche, rimane lì vicino per tre fermate prima di scendere.
Nessuno si è seduto. Forse non era niente. Forse preferivano stare in piedi. Forse.
Ma dopo trent’anni che stai a Singapore, sviluppi un sesto senso per queste cose. Un radar silenzioso per lo spazio che si forma intorno a te, invisibile ma inconfondibile. Non è ostilità. Nessuno ti urla contro. Nessuno ti dice di tornare a casa. È più sottile di così, e per certi versi, peggio. È il posto vuoto accanto a te su un autobus affollato. È la conversazione che non ti include mai del tutto. È la sensazione di essere visto e invisibile allo stesso tempo.
Sono arrivato qui trent’annii fa: giovane e pieno di quell’ottimismo che ti fa credere che la vicinanza diventerà appartenenza. Fai la tua parte: impari i ritmi, le abitudini, lo slang. Impari quale venditore delll’hawker centre vende il miglior char kway teow. Impari a portare appresso l’ombrello a dicembre e a non sottovalutare mai la MRT nelle ore di punta. Cerchi di costruirti una vita. Paghi le tasse. Alzi la voce durante il National Day e pensi davvero che quel pledge possa essere anche il tuo, o almeno ci credi.
E ci provi. Dio, come ci provi.
Proponi iniziative al community centre, idee che potrebbero unire le persone e portare benefici alla comunita’. Ti fai avanti per offrire il tuo tempo, le tue competenze, i tuoi fine settimana. Cerchi di organizzare, suggerisci, ti presenti. Non per dimostrare qualcosa, o forse per dimostrare tutto. Per far vedere che appartieni a questo posto, che hai qualcosa da dare, che trent’anni di vita in un luogo dovrebbero pur contare qualcosa. Ti esponi ancora e ancora, a braccia aperte, offrendo tutto quello che hai.
E la risposta è il silenzio.
Non il rifiuto. Magari di un rifiuto puoi anche discuterne, contrastarlo, da quello puoi imparare. Il silenzio è un’altra cosa. Il silenzio non ti riconosce abbastanza nemmeno per dirti di no. Semplicemente ti guarda attraverso, come i passeggeri guardano attraverso quel posto vuoto, e vanno avanti. Dopo un po’, smetti di alzare la mano. Non perché ti sei arreso, esattamente, ma perché c’è un limite al numero di volte che una persona può parlare nel vuoto prima che il vuoto cominci a sembrare una risposta.
C’è un muro. Non è fatto di leggi, non esattamente: anche se le leggi aiutano a costruirlo. Il governo di Singapore non ha mai fatto mistero di dove stiano gli stranieri, ovvero: a parte. Puoi contribuire, ma non puoi appartenere. Non del tutto. Non come un cittadino.
E anche se fai il passo successivo, anche se ti impegni con questo posto abbastanza profondamente da diventare Residente Permanente, da metter su famiglia qui, da crescere i tuoi figli nelle sue scuole, versare tasse anno dopo anno, l’architettura dell’esclusione ti segue.
Prendi la sanità. Qualcosa di fondamentale come andare dal dottore. Un cittadino entra in un polyclinic e paga quindici, forse venti dollari. Tu, il PR, paghi di più. Un cittadino ha bisogno di uno specialista e il governo copre fino al settanta per cento. Per te, venticinque. Un ricovero in un reparto convenzionato? La fattura di un cittadino è ammortizzata fino all’ottanta per cento di sussidi. La tua, cinquanta al massimo. Per la stessa malattia, lo stesso letto, lo stesso dottore, paghi circa il doppio. Perché la tua carta di identità è del colore sbagliato.
Poi c’è la CHAS card, un piccolo rettangolo di plastica che potrebbe benissimo essere un tesserino di appartenenza. Permette ai cittadini di andare da medici e dentisti privati convenzionati a tariffe un tantino agevolate. Se sei un PR, non ne hai diritto. O paghi le tariffe da privato, oppure fai la fila al polyclinic come tutti gli altri, solo che il tuo conto alla fine è più alto. MediFund, la rete di sicurezza per chi davvero non riesce a pagare? Principalmente per i cittadini. Sussidi sui premi MediShield Life? I cittadini ricevono fino al sessanta per cento di sconto. I PR la metà. Persino la prevenzione, un semplice screening sanitario che a un cittadino costa quasi niente, ha un sovrapprezzo se la tua IC ha il colore sbagliato.
Queste non sono distinzioni politiche astratte. Sono i numeri che vedi sulla fattura quando la schiena cede, quando la pressione si alza, quando l’età comincia a fare quello che l’età fa ed il corpo con cui hai lavorato per decenni in questo paese comincia a chiedere un po’ di attenzione. E il messaggio in quei numeri è sempre lo stesso: sei il benvenuto qui, ma non sei uno di noi.
Un Residente Permanente non è un turista. Un PR è qualcuno che ha deciso di prendere un impegno a lungo termine con questa nazione, che quasi sicuramente ha messo su famiglia, i cui figli molto probabilmente non conoscono altra casa al di fuori di Singapore. Eppure il sistema, con i suoi sussidi a livelli e i suoi diritti codificati per colore, tratta quell’impegno come provvisorio. Permanente di nome. Condizionato di fatto.
E la sanità è solo l’inizio. L’istruzione racconta una storia simile, con le sue tariffe differenziate e i suoi criteri di priorità che ti ricordano, semestre dopo semestre, che il tuo posto e magari dei tuoi figli se non sono cittadini, qui è in prestito, non concesso.
E qui, inevitabilmente, arriva la replica. Quella domanda che avrò sentito cento volte, detta con un’alzata di spalle come se fosse la cosa più ovvia del mondo: Perché non prendi la cittadinanza?
Prendi… Come se fosse questione di compilare un modulo e scegliere un nuovo colore preferito.
Singapore non ammette la doppia cittadinanza. Per diventare singaporiano, devi rinunciare a quello che eri prima. Consegnare il passaporto, rinunciare alla nazionalità, recidere il filo legale che ti collega al luogo che ti ha reso quello che sei. E per chi ancora dà valore al posto da cui viene, indipendentemente da quanto quel paese possa essere incasinato, indipendentemente dalla sua politica o dalle sue disfunzioni o dalle sue mille imperfezioni, quella non è una formalità burocratica. È un’amputazione.
Il tuo paese è come una madre: tua madre. Non te la scegli. Può essere un tipo difficile, esasperante, straziante, una gran rottura di coglioni… Può averti deluso in modi che, dopo decenni, stai ancora cercando di elaborare. Ma lei è pur sempre tua madre, e tu sei suo figlio, e nessuna distanza cambia questo. Le tue radici, la tua cultura, la tua lingua, il tuo cibo che sa di infanzia, di storie e di momenti scolpiti nella memoria, delle canzoni che non sapevi di aver memorizzato finché non le riscopri nuovamente alla radio o in una playlist di Spotify… qui, a diecimila chilometri da casa. Ti chiedono di rinunciare a tutto questo. Non solo in pratica, ma simbolicamente. Di dichiarare, su carta, che non sei più chi eri.
E per cosa?
Cambierebbe qualcosa che conta davvero? La tua faccia continuerà a gridare ang moh nel momento in cui entri in una stanza. Il tuo accento continuerà a tradire che vieni da qualche altra parte, per quanto fluentemente ordini il tuo kopi-C. Le infermiere continueranno a guardarti oltre. Il posto sull’autobus continuerà a essere vuoto. Scambieresti la tua carta di identità per una di colore rosa per un po’ di sanità agevolata, qualche sconto, qualche punto percentuale in meno su una fattura ospedaliera. Il sistema ti riclassificherebbe. Ma la stanza attorno a te, no.
Saresti singaporiano sulla carta e straniero in ogni sguardo, ogni silenzio, ogni sedia vuota. L’unica differenza è che non avresti più nessun posto da poter chiamare casa, nemmeno in teoria.
Quindi ti tieni il passaporto. Ma non per testardaggine o sentimentalismo, ma perché è l’ultima cosa che è interamente tua in un paese che ti ha fatto capire, in mille modi silenziosi, che tu non sarai mai interamente loro.
Voglio dirlo chiaramente: come paziente, non ho che il più alto rispetto per i professionisti medici di Singapore. Ogni équipe che mi ha curato è stata competente, scrupolosa e compassionevole. Quando mi sono presentato per un intervento, tutto mi è stato spiegato chiaramente, sono stato trattato con rispetto, e mia moglie ha ricevuto l’attenzione che qualsiasi accompagnatore dovrebbe ricevere. Niente di straordinario. Non si tratta della qualità delle cure.
Si tratta di quello che è successo quando i ruoli si sono invertiti.
Mio figlio aveva un esame medico. Le regole post-COVID prevedevano che solo una persona alla volta potesse accompagnare il paziente. Mia moglie è entrata per prima. Quando è uscita, è toccato a me. Mi sono seduto accanto a mio figlio. Suo padre, presente, preoccupato, a fare quello che fanno i padri.
Ed ero invisibile.
Nessuno mi ha spiegato niente. Nessun contatto visivo. Nessun riconoscimento che nella stanza ci fosse un genitore che forse avrebbe voluto sapere cosa stava succedendo a suo figlio. Il mio cervello, ancora adesso, prova a razionalizzare: forse avevano già spiegato tutto a mia moglie, forse non c’era più niente da dire, forse stavo leggendo troppo nella situazione. Questo è quello che ti fanno trent’anni così. Ti insegnano a trovare scuse per la tua stessa cancellazione.
Ma sotto sotto, lo sapevo. Nel modo in cui lo sai sempre. E alla fine ho fatto quello che la situazione mi chiedeva: ho riconosciuto che in quella stanza ero un mobile, e ho lasciato che mia moglie prendesse il mio posto. Un padre, che esce dall’appuntamento medico di suo figlio, non perché non gli importasse, ma perché la stanza aveva reso chiaro che la sua presenza non contava.
E poi c’è stata un’infermiera. Una sola, una singola mela marcia, che ha fatto commenti così diretti, così offensivi, così scopertamente discriminatori e razzisti che il sangue mi è ribollito nelle vene. Non li ripeterò qui. Tutti portiamo stereotipi con noi; non pretendo il contrario. Ma c’è una differenza tra i pregiudizi che teniamo per noi e quelli che lasciamo cadere addosso a qualcuno in un ambiente professionale, con disinvoltura, come se stessero semplicemente commentando le previsioni del tempo. Non rappresentava la comunità medica di qui. Ma non ne aveva bisogno. Una sola voce è bastata per dire ad alta voce quello che trent’anni di posti vuoti avevano solo sussurrato.
Ecco la cosa di cui la gente non parla, però: non sono solo gli stranieri a sentirlo. Singapore ha perfezionato qualcosa di notevole e profondamente inquietante: una società dove le persone coesistono in una vicinanza straordinaria e in un isolamento straordinario allo stesso tempo.
Guardate i bambini. Guardateli nelle loro uniformi scolastiche immacolate, spostati tra centri di ripetizione e corsi di arricchimento, le loro amicizie misurate in semestri accademici piuttosto che in estati passate a non fare niente insieme. Il sistema è brillante nel produrre risultati e terribile nel produrre legami. I ragazzi crescono imparando a competere uno accanto all’altro, non ad appoggiarsi l’uno all’altro. Quando diventano adulti, molti di loro non sanno costruire un’amicizia che non sia transazionale.
Singapore sta diventando la nuova Tokyo. Non nel suo skyline, anche se pure in quello, ma nella sua anima. Quella stessa solitudine lucida, efficiente. Quella stessa sensazione di milioni di persone che si muovono attraverso gli stessi spazi senza mai incontrarsi davvero. A Tokyo hanno una parola per descrivere il morire soli senza che nessuno ti trovi per settimane: 孤独死 (kodokushi). Singapore non ha ancora coniato il suo termine, ma dategli tempo…
Anche il multiculturalismo è più scenografia che salotto. Singapore è orgogliosa della sua armonia razziale, e a ragione: non ci sono rivolte, nessun quartiere in fiamme, nessun odio aperto. Ma l’armonia non è la stessa cosa di intimità. Le quattro razze ufficiali coesistono con un rispetto coreografato: Capodanno cinese, Hari Raya, Deepavali, Natale, ciascuno celebrato e riconosciuto con la precisione di una campagna governativa. Eppure, famiglie di origini diverse faticano ancora a condividere un pasto. Restrizioni alimentari, osservanze religiose, confini culturali. Rispettano le feste degli altri come i vicini rispettano le recinzioni degli altri. Educatamente. A distanza.
Questo è il guscio. Sembra comunità. Recita la comunità. Ma quando allunghi la mano per afferrarla, la mano passa attraverso.
E se sei uno straniero, se porti il passaporto sbagliato, parli con l’accento sbagliato, preghi nella direzione sbagliata o non preghi affatto, esisti in uno spazio ancora più sottile. Sei l’ospite che si è trattenuto troppo senza essere mai stato invitato a sedersi. Rispetti le regole della casa. Ammiri i mobili. Ma non ti hanno mai dato la chiave.
Sto invecchiando, adesso. E invecchiare cambia tutto nel modo in cui senti queste cose.
Quando sei giovane e straniero, puoi dirti che l’appartenenza è dietro l’angolo, ancora un anno, ancora un’amicizia, ancora uno sforzo. La solitudine punge, ma sembra temporanea, un problema che puoi risolvere se ci provi abbastanza. Ma gli anni si accumulano e l’angolo non arriva mai, e alla fine smetti di anche di cercarlo quell’angolo.
Adesso il telefono squilla e lo stomaco si stringe. Non per chi sta chiamando, ma per quello che potrebbe dire. A quest’età, le telefonate non portano più buone notizie. Un altro amico andato. Un genitore a casa che peggiora in un paese che hai lasciato trent’anni fa, ovunque “casa” sia ormai. Qualcuno che amavi, ridotto a un tempo passato in una frase che non eri pronto a sentire. Ogni chiamata minaccia di portarsi via un altro pezzo del tuo mondo, e il mondo è già così tanto più piccolo di quello che era.
E fai il lutto da solo. È questa la parte che ti spezza, lentamente, come l’acqua spezza la pietra. Elabori queste perdite in un posto che non ti ha mai fatto entrare per davvero. Il collega che avrebbe potuto essere un amico ma ha tenuto le cose sul professionale. Il vicino che sorride e saluta ma non ti ha mai chiesto come stai. La comunità che hai provato a costruire, le porte a cui hai bussato, il silenzio che è tornato indietro. Siedi con il tuo dolore in un appartamento in un paese che ha i tuoi contributi nel CPF ma non il tuo nome sulle labbra.
Dicono che si muoia due volte. La prima quando si smette di respirare, e la seconda l’ultima volta che qualcuno pronuncia il tuo nome. In un posto che non ha mai riconosciuto davvero che eri lì, cominci a chiederti se la seconda morte non sia già cominciata: una lenta cancellazione, in tempo reale, mentre sei ancora sull’autobus, ancora respiri, ancora seduto nel posto che nessuno vuole condividere.
Quello che Singapore ha fatto, con un’efficienza mozzafiato, è sacrificare il legame umano sull’altare della prosperità. L’economia brilla. Le infrastrutture sono impeccabili. Il PIL pro capite fa svenire gli economisti. Ma da qualche parte nello scambio, da qualche parte tra le iniziative smart nation e le spinte alla produttività, qualcosa di profondamente umano è stato lasciato indietro. Il disordine dell’amicizia vera. Il lavoro lento, inefficiente, gloriosamente improduttivo di conoscere davvero un’altra persona. La grazia ordinaria di sedersi accanto a uno sconosciuto senza trattarlo come un peso.
Si può affrontare la mortalità quando si è vissuto per davvero. Quando sai che le tue radici sono andate abbastanza in profondità da reggere, che la tua presenza è contata per il terreno su cui stavi. Ma quando ogni tentativo di connettersi è stato accolto con indifferenza, quando ogni mano che hai teso è rimasta sospesa, invecchiare diventa qualcos’altro. Non un rallentamento, ma un lento atto di sparizione che nessuno nota, perché nessuno stava guardando fin dall’inizio.
L’autobus arriva alla mia fermata. Mi alzo, e prima ancora che mi sia girato, due studentesse si lasciano cadere nel posto, il mio posto e nel posto che nessuno voleva. Non alzano lo sguardo. Non mi vedono. Le loro facce sono già sepolte nei telefoni, pollici che scorrono, occhi vitrei, vite che scorrono via un TikTok alla volta. Quindici secondi del mondo di qualcun altro. Swipe. Altri quindici secondi. Swipe. L’algoritmo che le nutre di un flusso infinito di tutto e niente, mentre l’essere umano in carne e ossa che si è appena alzato accanto a loro potrebbe anche non essere mai esistito.
Loro sono il futuro di questo posto. E sono già andate.
Scendo dall’autobus. Le porte si chiudono dietro di me. La città ronza, brillante e indifferente, e resto sul marciapiede a guardarla allontanarsi, portando con sé due ragazze che non sapranno mai dell’uomo il cui posto hanno preso, in un paese che non è mai stato davvero il mio.