Ci sono storie che diventano virali perché toccano un nervo scoperto dell’opinione pubblica, e poi ci sono storie che sembrano arrivare sulla scena già perfettamente confezionate, con il protagonista giusto, il messaggio giusto, i media pronti, gli amplificatori già posizionati e la politica che, quasi per magia, possiede già la risposta legislativa al problema appena esploso. La vicenda di Jacob Coxon appartiene, almeno per come si sta delineando, molto più alla seconda categoria che alla prima.
La narrazione che ci viene proposta è semplice e potentissima: un ricercatore di Anthropic abbandona una delle aziende più importanti del settore perché profondamente preoccupato dai rischi dell’intelligenza artificiale, rompe il silenzio e avverte il mondo che non siamo pronti per ciò che sta arrivando.
La storia perfetta: abbiamo il whistleblower, il colosso tecnologico, la minaccia esistenziale, il coraggio individuale di chi decide di parlare nonostante tutto. Il problema comincia quando si guarda a ciò che accade intorno a quella storia, perché a quel punto la spontaneità diventa sempre più difficile da distinguere da una campagna preparata in precedenza.
Coxon parte praticamente dal nulla sui social e, nel giro di pochissimo, il suo messaggio raggiunge numeri semplicemente giganteschi, superando i cento milioni di visualizzazioni e attirando centinaia di migliaia di follower. Non stiamo parlando di Elon Musk, Sam Altman o di un personaggio pubblico con una macchina mediatica consolidata alle spalle. Stiamo parlando di un account quasi privo di attività precedente che improvvisamente diventa il centro mondiale del dibattito sull’AI. Una crescita delle visualizzazioni assolutamente incompatibile con una normale dinamica organica.
Fin qui potremmo ancora parlare di una straordinaria coincidenza algoritmica. Internet produce fenomeni virali continuamente e sarebbe scorretto sostenere che un numero enorme di visualizzazioni costituisca da solo la prova di una manipolazione. Il problema è che il quadro non finisce lì.
Quasi contemporaneamente all’uscita del post compare un articolo del Wall Street Journal dedicato proprio alle dimissioni di Coxon. Subito dopo arrivano i rilanci di figure direttamente coinvolte nel mondo della regolamentazione dell’intelligenza artificiale, alcune delle quali intervengono a distanza di sei, nove o quindici minuti dalla pubblicazione originale. Non semplici utenti che si imbattono casualmente in un post diventato virale, ma persone che lavorano professionalmente nella AI policy, nella sicurezza dell’AI e nelle organizzazioni che da anni sostengono la necessità di forti restrizioni sullo sviluppo dei sistemi più avanzati.
A questo punto la questione non è più se qualcuno abbia “retwittato velocemente”. La domanda diventa molto più interessante: come facevano così tante persone appartenenti allo stesso ecosistema politico e finanziario a essere perfettamente posizionate per amplificare quel messaggio praticamente nell’istante in cui appariva?
La risposta potrebbe naturalmente essere innocua. Potrebbero aver saputo dell’articolo in anticipo, potrebbero appartenere agli stessi circuiti professionali, potrebbero essere state avvisate informalmente, oppure potrebbero semplicemente seguire con estrema attenzione qualsiasi sviluppo proveniente da Anthropic. Tutto possibile. Ma proprio qui entra in gioco l’elemento che rende questa storia molto più interessante di una normale campagna mediatica: quelle persone e quelle organizzazioni non sono soltanto ideologicamente vicine. Sono anche collegate da una rete di finanziamenti sorprendentemente concentrata.
Nel materiale analizzato compaiono organizzazioni come AI Futures Project, Encode AI e AI Policy Institute, diverse delle quali risultano finanziate direttamente o indirettamente attraverso gli stessi grandi donatori e fondi filantropici, tra cui Survival and Flourishing Fund, Good Ventures e Coefficient Giving, precedentemente conosciuta come Open Philanthropy. Alcuni dei finanziatori citati risultano contemporaneamente collegati anche ad Anthropic come investitori.
Questa rete, da sola, non dimostra che qualcuno si sia seduto in una stanza dicendo: “Adesso costruiamo il caso Coxon”. Sarebbe intellettualmente scorretto affermarlo senza documenti, email, istruzioni operative o testimonianze dirette. Dimostra però qualcosa che dovrebbe essere sufficiente a farci porre domande molto serie: il messaggio apparentemente spontaneo di un singolo ricercatore viene immediatamente raccolto e amplificato da un ecosistema organizzato, finanziato, professionalizzato e fortemente interessato a indirizzare le politiche pubbliche sull’intelligenza artificiale.
Ed è proprio qui che comincia ad apparire il profilo di una PSYOP.
Una PSYOP non deve necessariamente significare servizi segreti, stanze buie o agenti che distribuiscono ordini. Nel significato più ampio del termine si tratta di un’operazione costruita per modificare la percezione pubblica attraverso una precisa sequenza di messaggi, simboli, autorità percepite ed emozioni. Il punto centrale non è necessariamente inventare qualcosa di falso. Anzi, le campagne più efficaci funzionano molto meglio quando partono da elementi autentici, perché prendono una persona reale, una preoccupazione reale e una dichiarazione reale, per poi inserirle in una struttura di amplificazione capace di produrre una reazione enormemente superiore a quella che quell’evento avrebbe generato da solo.
Ed è esattamente in questo senso che Coxon assume il ruolo della marionetta.
Attenzione al significato del termine. Non significa necessariamente che Coxon stia mentendo, che qualcuno gli abbia scritto il testo o che abbia ricevuto istruzioni su cosa dire. Lui stesso, nell’intervista riportata alla fine del video, nega esplicitamente di aver lavorato con terze parti e sostiene che le sue siano preoccupazioni completamente personali.
Una marionetta, però, può essere utilizzata anche senza essere consapevole dell’intero spettacolo.
Coxon può credere assolutamente in ciò che dice e, contemporaneamente, essere il veicolo perfetto per una narrativa costruita da altri intorno alle sue dichiarazioni. Il volto umano del ricercatore che rinuncia al proprio lavoro perché terrorizzato dalle conseguenze dell’AI vale mediaticamente molto più di qualsiasi paper accademico, lobbying report o comunicato di una fondazione. Non si sta più chiedendo al pubblico di discutere modelli probabilistici, scenari teorici o valutazioni tecniche. Gli si racconta invece una storia: “Io lavoro dentro questa industria. Ho visto cosa sta succedendo. Me ne sono andato perché è troppo pericoloso.”
È una macchina narrativa straordinariamente efficace.
A renderla ancora più significativa è ciò che accade immediatamente sul fronte politico. Secondo la ricostruzione del video, almeno ventidue politici intervengono pubblicamente sul caso, mentre proposte legislative particolarmente severe sull’intelligenza artificiale e sulla cosiddetta superintelligenza risultano già disponibili. Non si tratta quindi di una discussione astratta destinata eventualmente a tradursi in politica mesi o anni dopo. La finestra politica è già aperta, la soluzione è già sul tavolo e ciò che manca è soprattutto una pressione pubblica sufficientemente forte da renderla necessaria.
È qui che la sequenza diventa difficile da ignorare.
Prima arriva il personaggio capace di incarnare il pericolo. Poi il grande media che certifica la credibilità della storia. Immediatamente dopo interviene una rete di influencer, ricercatori e organizzazioni specializzate nella policy dell’AI. Il messaggio esplode sui social. La politica reagisce. Una legislazione già pronta viene improvvisamente presentata all’interno di un clima emotivo completamente diverso da quello esistente pochi giorni prima.
Se questo fosse il risultato di una campagna di marketing commerciale, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscerne la struttura. La chiameremmo lancio coordinato, media strategy, influencer activation, earned media amplification e political outreach. Quando però lo stesso schema riguarda la formazione dell’opinione pubblica e una legislazione capace di decidere chi potrà sviluppare l’intelligenza artificiale nei prossimi anni, improvvisamente dovremmo fingere che tutto sia semplicemente successo per caso.
C’è poi un altro elemento ancora più problematico, ed è quello dei finanziamenti al sistema informativo.
Ricostruiendo rapporti economici tra alcune delle stesse grandi organizzazioni filantropiche, programmi di fellowship giornalistiche, media e soggetti protagonisti della narrativa sui rischi esistenziali dell’AI, saltano fuori collegamenti tra gli altri, tra il Tarbell Fellowship Program e il finanziamento a organizzazioni editoriali e iniziative legate alla comunicazione dell’AI safety.
Anche qui il problema non è sostenere automaticamente che un giornalista finanziato attraverso una fellowship sia corrotto oppure che ogni articolo prodotto da una testata che riceve fondi sia propaganda. Sarebbe una conclusione semplicistica. Il problema è la trasparenza. Quando gli stessi ecosistemi finanziari sostengono contemporaneamente advocacy, ricerca, esperti, organizzazioni politiche e programmi giornalistici che raccontano al pubblico proprio quel tema, la disclosure degli interessi economici dovrebbe essere totale e immediata. Altrimenti il pubblico crede di osservare molte voci indipendenti quando potrebbe invece trovarsi davanti a numerosi nodi della stessa rete.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più importante dell’intera vicenda.
Una moderna operazione di influenza non ha bisogno di inventare un’unica fonte ufficiale di propaganda. Funziona molto meglio costruendo l’apparenza di un consenso spontaneo. Un ricercatore parla. Un giornale pubblica. Un esperto commenta. Una ONG rilancia. Un politico reagisce. Un altro giornale racconta la reazione del politico. Gli utenti vedono decine di fonti apparentemente indipendenti convergere sulla stessa conclusione e naturalmente deducono che quella conclusione debba rappresentare la realtà.
Se però dietro molte di quelle voci troviamo gli stessi circuiti di finanziamento, gli stessi network professionali e gli stessi obiettivi regolatori, allora quello che appare come consenso spontaneo potrebbe essere qualcosa di molto diverso: consenso fabbricato.
E qui arriva la domanda che dovrebbe interessare soprattutto chi sviluppa tecnologia e non solamente chi segue la politica.
Chi trae beneficio da una regolamentazione estremamente pesante dell’intelligenza artificiale?
La risposta più intuitiva sarebbe: il pubblico, se quella regolamentazione serve realmente a proteggerlo. Ma esiste anche un’altra risposta possibile. Le aziende già enormi, già capitalizzate, già dotate di infrastrutture, team legali, rapporti governativi e miliardi di dollari necessari per sostenere compliance, certificazioni e controlli regolatori. Una barriera normativa che per un colosso rappresenta un costo gestibile può diventare invece una condanna a morte per una startup, un laboratorio indipendente o un nuovo concorrente.
La storia economica è piena di regolamentazioni nate con l’obiettivo dichiarato di controllare i grandi operatori e finite, paradossalmente, per consolidarne il potere, perché soltanto loro possedevano le risorse necessarie per sopravvivere alle nuove regole.
Questo non significa che Anthropic abbia organizzato la vicenda Coxon. Nel materiale analizzato non esiste una prova sufficiente per sostenerlo come fatto. Significa però che l’idea secondo cui una grande azienda tecnologica potrebbe avere interesse a una regolamentazione capace di aumentare enormemente le barriere all’ingresso del proprio mercato non ha assolutamente nulla di fantasioso. Si chiama regulatory capture ed è uno dei meccanismi più antichi del capitalismo moderno.
La parte più ironica di tutto questo è che l’operazione viene venduta come una battaglia contro il potere incontrollato delle grandi aziende dell’AI, mentre il risultato finale potrebbe essere esattamente l’opposto: costruire un sistema nel quale soltanto quelle aziende possano permettersi di continuare a svilupparla.
Ed è per questo che considero Coxon molto meno interessante delle persone che gli stanno intorno.
Non mi interessa particolarmente stabilire se lui sia sincero. Potrebbe esserlo completamente. Non mi interessa nemmeno sapere se qualcuno gli abbia suggerito cosa scrivere, perché potrebbe tranquillamente non essere successo. La vera domanda è chi abbia trasformato quelle dichiarazioni nella storia del momento, chi fosse pronto ad amplificarle, chi finanzia quelle organizzazioni, quali rapporti esistano fra quei finanziatori e l’industria dell’AI e soprattutto quali decisioni politiche stiano cercando di ottenere.
Perché quando un uomo praticamente sconosciuto pubblica un messaggio e, nel giro di ore, troviamo grandi media, organizzazioni di advocacy, esperti, finanziatori e decine di politici perfettamente sincronizzati intorno allo stesso messaggio, liquidare tutto con la parola “viralità” richiede ormai più fede che scetticismo.
Forse Coxon è semplicemente un ricercatore preoccupato che ha deciso di parlare.
Ma quello che è stato costruito intorno a lui ha tutti i contorni di qualcosa di molto più sofisticato.
E quando la paura diventa lo strumento utilizzato per chiedere al pubblico di consegnare a governi, agenzie e grandi corporation il potere di decidere chi potrà sviluppare l’intelligenza artificiale e chi invece dovrà fermarsi, la prima domanda da fare non è quanto dobbiamo avere paura dell’AI.
È chi sta cercando di farci paura, chi sta pagando perché quel messaggio arrivi ovunque e soprattutto cosa vuole ottenere una volta che avremo abbastanza paura da accettarlo.